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Il sapore delle parole, il racconto di Matilde Tortora

Il sapore delle parole, il racconto di Matilde Tortora

"Pannolenci, una parola che mi è sempre piaciuto arrotolare in bocca, assaporare, accattivante come un chewing gum..."

Mercoledi, 05/03/2025 - Se è vero che la poesia ci offre, tra le innumerevoli cose, anche il dono del disorientamento, basti solo pensare ai margini bianchi sul foglio che pur essi la sostanziano, ci sono però anche parole prosastiche che ci occorrono, che ci sembra di poter più agevolmente possedere, parole bussola che ci fanno fare imprevisti percorsi storici, persino geografici nella nostra quotidianità.

Sto pensando alla parola Pannolenci, una parola che mi è sempre piaciuto arrotolare in bocca, assaporare, accattivante come un chewing gum, come gingomma, come caramella gommosa, che mi veniva da lontano, dagli anni Venti, e che nella mia mente di bambina era associata, quasi tattilmente, all’altra parola che veniva però dagli anni Cinquanta.

La prima, proveniente da una città italiana Torino che per me bambina era remota e distante assai quanto lo era quell’altra parola proveniente però da oltreoceano, dall’America.

Pannolenci, il cui nome appresi poi, derivava dall’affettuoso soprannome di una donna che si chiamava Elena ma che tutti chiamavano in casa Helenchen.

Il pannolenci era una stoffa non tessuta, priva quindi di trama e ordito, che si otteneva e tuttora si ottiene per infeltrimento delle fibre generalmente di lana cardata di pecora, una stoffa sottile, leggera e resistente, adatta a divenire viso e corpo di una bambola, di molte bambole che le bambine avrebbero potuto tenere con sé senza tema di arrecare loro danno se invece fossero state, come fino ad allora erano, di porcellana biscuit.

E così fu, infatti, quando la ditta Lenci di Torino nel 1922 prese a confezionare le omonime bambole in gran numero e che subito ebbero un meritato successo, ditta fondata tre anni prima da Enrico ed Elena Scavini, la Helenchen di cui abbiamo detto, la cui sigla ricavata dal soprannome di Elena divenne l’acronimo “Ludus est nobis constanter industria”.

Che è dire: “il nostro fare, il nostro operato è costantemente avere come fine il gioco”.

“Quando la cara, vecchia Mrs. Hay tornò in città dopo essere stata dai Burnell, mandò alle bambine una casa per le bambole. Era così grande che Pat e l’uomo del carro la lasciarono in cortile e là rimase, sopra due casse, di legno, vicino alla porta della dispensa. Non c’era pericolo che si rovinasse: era estate. E forse così l’odore di vernice se ne sarebbe andato prima che fosse ora di portarla dentro. Perché, davvero, l’odore che emanava quella casetta (È stato carino, certo, da parte di Mrs. Hay, molto carino e generoso) – l’odore di vernice, a sentire zia Beryl, era così forte da far star male chiunque”- scrisse Katherine Mansfield in un suo racconto.

Ma che cosa ci conduciamo in casa, quando per un dono ricevuto, o per avere fatto noi un acquisto, ammettiamo tra le nostre mura domestiche un giocattolo?

E, soprattutto quali nuove parole conduciamo oggi in dono alla nostra memoria tattile? Quali parole ci vengono in dono quando navighiamo nel web, o usiamo ChatGPT?

La scrittrice Luce D’Eramo fa dire agli extratterestri protagonisti del suo romanzo “Partiranno”, una volta approdati sulla Terra, che il nostro è un pianeta così tanto pieno di mani che la natura degli umani è di essere dei materiatori e che a noi piace accumulare sapere in una macchina per poi spillarlo premendo dei pulsanti; grande scrittrice che seppe anticipare quello che ancor più,oggi, accade.

E, certo, abbiamo tante mani ma anche ricorrenti sapide parole, abbiamo tante bocche e chissà quante nuove parole prenderanno ad abitarci e a breve avremo bambole robot da dover trattare come fossero in porcellana biscuit. Chissà! Gli occhi espressivi che ci guardano di lato della bambola di pannolenci che io possiedo per averla ereditata, con cui mia madre giocò da bambina e pure io ci giocai a lungo da bambina, si fece da noi abbracciare, strapazzare, dimenticare e poi riacciuffare, qualcosa ancora vorranno pur dirci. O no?

In fondo al testo:
Bambola in pannolenci, anni Venti, appartenuta alla madre dell’autrice e tuttora in suo possesso. Diritti riservati.


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